2 marzo

La discriminazione – che cos’è di sportello immigrazione

La discriminazione viene definita come un comportamento – azione o omissione – che causa un trattamento non paritario di una persona o di un gruppo di persone, in virtù della loro appartenenza ad una determinata categoria.Affinché si possa parlare di discriminazione, è quindi necessario che il comportamento non sia motivato da altri fattori, ma soltanto dall’appartenenza della persona o delle persone discriminate a detta categoria e che tale appartenenza non sia oggettivamente rilevante. Infatti, se la discriminazione è fondamentalmente una “distinzione”, è altrettanto vero che non tutte le distinzioni sono ingiustificate e quindi discriminatorie, da qui il riferimento al fatto che l’appartenenza a detta categoria non deve essere oggettivamente rilevante (un regista che cerchi un’attrice per la parte di una donna, distingue tra attori uomini e attrici donne: il suo comportamento è giustificato da fattori oggettivi (la parte di una donna in un film deve essere interpretata da una donna) e quindi non discriminatori; il titolare di un negozio che cerchi solo commesse donne, distinguendo così fra candidati maschi e candidate femmine sulla base di un fattore – il genere – che non è oggettivamente rilevante nello svolgimento del lavoro, mette in atto, invece, un comportamento discriminatorio).

La discriminazione può essere, poi, considerata di natura negativa o positiva. Si ha una discriminazione positiva quando la disparità di trattamento è volta a favorire la persona discriminata (esempi ne sono le cosiddette quote rosa nella nomina di candidati politici, o le facilitazioni all’inserimento lavorativo delle persone con disabilità). Si ha una discriminazione negativa nei casi in cui la disparità di trattamento sia invece volta a sfavorire la persona discriminata.

Quando si parla genericamente di “discriminazione”, ci si riferisce alla discriminazione negativa, in quanto l’unica legalmente rilevante.

TIPOLOGIE DI DISCRIMINAZIONE

La discriminazione, si divide in:

  1. Discriminazione diretta
  2. Discriminazione indiretta o strutturale
  3. Molestie

Si ha una discriminazione diretta quando si agisce per mettere una persona o un gruppo di persone in una situazione o in una posizione di svantaggio, solo e semplicemente per la loro appartenenza ad una determinata categoria (il rifiutare di affittare un appartamento ad una famiglia straniera, anche se in grado di provare la propria affidabilità economica; il non assumere una donna lesbica in quanto omosessuale, seppur qualificata per il lavoro).

Si ha una discriminazione indiretta o strutturale quando una norma, un regolamento, una prassi, un criterio o un parametro apparentemente neutri mettono – di fatto – in una situazione di svantaggio una persona o una categoria di persone. Per esempio, stabilire che uomini e donne devono avere un’altezza minima di 170 cm per entrare nelle Forze Armate è un parametro apparentemente neutro, che però mette le donne in una situazione di svantaggio di fatto perché l’altezza media per le donne è inferiore ai 170 cm. Si è trattato quindi di un esempio di discriminazione indiretta che è stato rilevato nell’Ordinamento italiano e sostituito con la previsione di altezze minime diverse per uomini e donne.

La legge prevede un terzo tipo di comportamento definibile come discriminatorio: le molestie. Per molestia si intende un comportamento non desiderato, messo in atto allo scopo o con la conseguenza di ledere la dignità di una persona. Quando tale comportamento è motivato da caratteristiche che la legge riconosce come fattori di discriminazione, allora la molestia viene definita come discriminazione e perseguita come tale (mentre le altre tipologie di molestia vengono ritenute reati comuni e perseguite e punite come tali).

FATTORI DI DISCRIMINAZIONE

Per fattori di discriminazione s’intendono quelle caratteristiche che definiscono l’identità di una persona o di un gruppo di persone, esponendole per questo al rischio di atti discriminatori. I fattori di discriminazione cambiano nei luoghi e nelle epoche diverse.

I possibili fattori di discriminazione sono numerosissimi, quelli riconosciuti dalla normativa italiana sono:

  • il genere
  • L’origine etnica o razziale
  • Il credo (opinioni, fede, religione)
  • L’orientamento sessuale
  • L’età
  • La disabilità fisica o psichica

La legislazione antidiscriminazione non si occupa espressamente degli atti discriminatori compiuti su base nazionale, ovvero la cittadinanza, perché tale discriminazione viene espressamente vietata dal Testo Unico sull’Immigrazione, ovvero Decreto Legislativo  n. 286/98.

All’oggi, i fattori di discriminazione previsti dalla normativa dell’Unione Europea ed espressi nella Direttiva n. 2000/78/CE del Consiglio del 27/11/2000 e Direttiva n. 2000/43/C del Consiglio del 29/06/2000 sono in numero maggiore di quelli recepiti dalla normativa italiana col risultato, così, di poter di coprire una maggiore area di intervento di carattere sociale, culturale, personale ed economico.

Molto spesso i fattori di discriminazione si sommano, creando situazioni di discriminazione multipla di particolare complessità, perché proporzionalmente minori sono le risorse sociali che la vittima può mettere in campo per difendersi e perché i livelli di tutela dei diversi tipi di discriminazione messi in atto possono variare enormemente.

In ultima analisi, la discriminazione si delinea come un comportamento – azione o omissione – causato da avversione, paura o odio irrazionale (xenophobia, antisemitismo, misoginia, omofobia…), ma anche da aspettative negative, socialmente elaborate e trasmesse come vere e proprie categorie ed applicate poi automaticamente sul singolo o su un gruppo come uno stereotipo.

CHE COSA NON È DISCRIMINAZIONE

La discriminazione diretta e indiretta si delinea sempre come una forma di esclusione, che sia da risorse economiche, culturali, personali o sociali, ma non tutte le forme di esclusione possono presentarsi come casi di discriminazione. Come definito precedentemente, la discriminazione è una distinzione (esclusione) immotivata in quanto basata su un aspetto dell’identità della persona o del gruppo di persone discriminate che non dovrebbe essere oggettivamente rilevante.

Se questo aspetto dell’identità è invece oggettivamente rilevante, come ad esempio il genere se si cerca un’attrice o l’abilità se si cerca un atleta, l’esclusione non è discriminatoria.

Può anche succedere che l’esclusione non avvenga per aspetti identitari, ma da altri fattori, che siano oggettivamente rilevanti, come ad esempio quando non si viene assunti perché non si è compilato correttamente un modulo oppure si viene esclusi da un sussidio perché la domanda è stata presentata fuori tempo massimo.

In tutti questi casi non si può parlare di discriminazione ma di semplice, e non legalmente rilevante, esclusione.

Gli episodi di discriminazione, inoltre, sono spesso accompagnati da conflitto (in particolare le molestie discriminatorie). Allo stesso tempo i conflitti che nascono per motivazioni che non sono discriminatorie possono dare luogo a comportamenti discriminatori. In questi casi è molto importante capire quale sia la dinamica delle relazioni tra persone in conflitto e che cosa, tra il conflitto e la discriminazione, sia nato prima. È successo che è nato un conflitto per un motivo qualunque e che nell’escalation del conflitto una delle parti abbia utilizzato toni o parole discriminatorie? O è successo che una persona verso la quale sono stati usati toni o parole discriminatorie abbia risposto innescando una dinamica conflittuale? In entrambi i casi la dimensione discriminatoria è presente, ma seconda della dinamica sarà più efficace utilizzare metodi di mediazione dei conflitti.

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